Coppia, dipendenza affettiva, Narcisismo, Psicoterapia della dipendenza affettiva

5 indicatori che il tuo terapeuta non sa niente di Dipendenza Affettiva.

Ciò che capita spesso, troppo spesso, è che le mie pazienti arrivino alla nostra prima seduta che sono già state da uno o più colleghi dai quali hanno sentito di non aver ricevuto il grado di comprensione sperato.

Non è una cosa che riesco a spiegare, non è che non fosse bravo, anzi. È come se non avesse capito il problema, come se non capisse fino in fondo quanto era grave, come se ogni volta rimanesse stupito di quello che stava succedendo nella mia relazione e dentro di me.

Spesso, come riporta Giovanna, 38 anni, non è nemmeno una certezza ma assomiglia più ad una sensazione vaga: la sensazione che la persona a cui ci siamo affidate non abbia la giusta preparazione per affiancarci lungo la strada che ci porterà ad uscire dalla dipendenza affettiva.

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Mi sono fatta l’idea che questo accade perché nosograficamente questa peculiare e patologica modalità di stare in una relazione sentimentale è fuori da ogni categorizzazione ufficiale di ciò che è o non è un disturbo mentale. Da pochissimo è stata inserita tra le new addiction è solo negli ultimi anni se ne parla di più. Io stessa ho zampettato dagli anni di formazione universitaria a quella post universitaria senza che nessuno dei miei (spesso validissimi) maestri si prendesse la briga di spiegarmi la danza relazionale che si innesca quando queste due personalità si incontrano, dando vita più che ad un balletto degno de L’Opéra National de Paris, a ciò che io definisco “la tempesta perfetta” ovvero la relazione tra una persona dipendente affettivamente e un’altra a cui si può diagnosticare un disturbo di personalità.

Vero è che oggi il web pullula di articoli, alcuni dei quali davvero ben scritti, di colleghi che ogni giorno nella trincea della clinica, lontani dalle divagazioni psichiatrico-accademiche del conteggio di quanti sintomi, se presenti, fanno una sindrome, hanno descritto con magistrale precisione la dinamica relazionale che si struttura tra dipendente e narcisista. Al fine di essere un terapeuta efficace nell’area dell’abuso psicologico, è indispensabile comprendere tutto il possibile sullo spettro del comportamento narcisistico. Lo spettro del narcisismo esiste in un continuum, da un sano narcisismo, a tratti non sani, e fino al Disturbo Narcisistico della Personalità.

Per questo mi preme lasciarvi una lista di 5 indicatori utili per capire se il terapeuta a cui avete chiesto aiuto è la persona giusta ad accompagnarvi lungo il viaggio che vi porterà alla maturità affettiva o se è meglio rivolgervi altrove.

Prima di cominciare però è bene chiarire due concetti fondamentali: ovvero cosa si intende esattamente per Dipendenza Affettiva e cosa per Sindrome da Abuso Narcisistico.

  • La Dipendenza Affettiva (DA) o Love Addiction è una modalità patologica di vivere la relazione, in cui la persona dipendente arriva a negare i propri bisogni, a rinunciare al proprio spazio vitale, a negare sempre più parti di sé per non perdere il partner, considerandolo unica e sola ragione di vita, nonché irrinunciabile fonte di “amore” e “protezione”. L’amato assumerà dunque la stessa valenza psichica di una sostanza stupefacente: nonostante ne venga riconosciuta la tossicità se ne ricercherà compulsivamente la presenza (craving per la dose) quotidiana, al fine di provare la gioia (ebbrezza) di poter passare un po’ di tempo con lui/lei, pena cadere nel peggiore dei baratri, sviluppando anche una forte sintomatologia (astinenza), in una condizione di assoluta solitudine (isolamento).
  • La Sindrome da Abuso Narcisistico o Narcisistic Victim Syndrome (NVS) è una costellazione di segni e sintomi che concorrono a formare una situazione clinica specifica in seguito ad abusi fisici e psicologici peculiari, spesso subdoli: trattamento del silenzio, ghosting, gaslighting e altre manipolazioni di sorta (se vuoi saperne di più su come agisce un narcisista clicca qui). “La NVS si caratterizza per un persistente stato d’angoscia associato al pensiero ossessivo del fantasma del partner narcisista, del quale non si riesce a comprendere i comportamenti. Ciò si accompagna ad attacchi di panico, depressione, ansia, difficoltà a dormire, difficoltà ad alzarsi la mattina, sociofobia (paura degli altri), disturbi dell’alimentazione, comportamenti compulsivi (come guidare pericolosamente, o drogarsi o fare abuso di farmaci), pensieri suicidari, difficoltà a stare da solo ma anche a stare in compagnia, disturbi della sfera sessuale, deterioramento delle relazioni familiari e delle amicizie (in quanto molti non capiscono e credono si tratti di una semplice storia d’amore finita, per la quale non si dovrebbe soffrire più di tanto), difficoltà nella vita lavorativa e nella capacità di concentrarsi, paura di luoghi e oggetti che rievocano il narcisista traumatizzante. Queste sintomatologie possono protrarsi per molto tempo con il rischio di minare effettivamente anche la salute fisica, provocando quindi l’insorgere di patologie somatiche, funzionali ed organiche, che possono diventare anche gravi” (Dal libro Trauma da narcisismo, P.P. Brunelli, 2011).

Come fare, dunque a comprendere se il professionista a cui ci siamo rivolti è davvero in grado di capire ciò che ci è accaduto?

Ecco una lista di 5 indicatori che vi aiuteranno a capire se il vostro terapeuta ha riconosciuto il trauma relazionale che avete subito. Una crepa non vista infatti continuerà ad ampliarsi fino a che non provocherà il crollo definitivo.

Ciò è vero anche per le persone.

1. Non vi dà le giuste informazioni sull’abuso narcisistico.

Quando lavoro con persone che mostrano i sintomi di trauma relazionale, una delle cose che riscontro più spesso è l’incredulità di fronte al fatto che il partner dipendente non riesca a rendersi conto di cosa sia accaduto, del motivo per cui sente dentro un dolore tanto straziante e del perché è potuto succedere che abbia fatto l’errore, così grossolano, di non capire quanto potesse essere malevola la persona che credeva d’amare. Rendere edotti i pazienti circa il fatto che hanno avuto a che fare con una persona con un importante difetto di empatia permette loro di ridefinire ciò che è successo, interpretandolo per ciò che è: un abuso grave e ripetuto che può arrivare perfino a configurare in chi lo subisce un Disturbo Post Traumatico da Stress (PTSD). Un terapeuta che non fornisce una adeguata informazione sulle tipiche manipolazioni narcisistiche e su come si evolveranno (i narcisisti sono estremamente prevedibili per i terapeuti esperti!), non fa altro che lasciare senza risposta le domande dei pazienti e, contemporaneamente, esporli al rischio di lasciarli senza difese di fronte ai futuri probabili ritorni con cui i narcisisti sono soliti testare se hanno ancora potere sui loro ex.

2. Chiede (o accetta che tu proponga) di fare una seduta di coppia.

È buona prassi soprattutto per i terapeuti di alcuni orientamenti specifici, quando un paziente chiede di iniziare una psicoterapia per via di una sofferenza sentimentale, che il terapeuta chieda di conoscere il partner o accetti la richiesta del paziente di portarlo con sé nella seduta successiva. Ciò viene chiesto spesso dai pazienti che stanno sperimentando una dipendenza affettiva e, di solito, viene chiesto nella speranza che il terapeuta, investito in quel momento di poteri magici che non ha, faccia il miracolo di modificare, col suo intervento, il comportamento maltrattante del partner narcisista e finalmente “guarirlo”, restituendogli una più sana modalità d’amare. Se questa è considerata normalmente buona prassi, nel caso di una coppia composta da un dipendente affettiva e un narcisista veramente patologico costituisce invece un grave errore: se è vero, come abbiamo visto, che tale relazione si caratterizza per essere un vero e proprio abuso da un lato e una forma di dipendenza dall’altro, è da considerare priorità terapeutica quella di bloccare prima di tutto l’abuso e l’esposizione alla persona tossica che va considerata alla stessa stregua di una sostanza stupefacente (una dipendenza non si gestisce, si interrompe!). Pertanto vanno limitati, nell’ottica del no contact, tutti i possibili contatti tra abusato e abusante, compresa la seduta di coppia. Mettere insieme i due partner nella stessa stanza di terapia anche solo per una sola seduta significa colludere col problema, alimentare la dipendenza donando una piccola dose, offrire il fianco della persona abusata con l’avallo del terapeuta che, tra l’altro, si sarà fatto ingenuamente triangolare dal narcisista, tutto intento ad usare la seduta per mostrarsi pentito e riconquistare l’altro/a.

3. Accetta che la terapia individuale si trasformi in una terapia di coppia.

Esiste un terapeuta che può fare peggio rispetto ad accettare di fare una seduta di coppia o chiederla lui stesso? Parrebbe di no, eppure esiste! È il terapeuta che acconsente a far diventare la terapia individuale del paziente con dipendenza affettiva una terapia di coppia in cui viene tirato in ballo il narcisista abusante. Oppure ancora il professionista a cui si presentano insieme dipendente e narcisista chiedendo una terapia di coppia e che li prende in carico, evitando di fare l’unica cosa sensata: separarli prima possibile con una manovra terapeutica che sottolinei subito la necessità di interrompere l’abuso e quindi la relazione. I motivi per cui questo si configura come un errore sono gli stessi di quelli che stanno al punto due, con l’aggiunta di almeno un paio d’altre motivazioni, altrettanto cruciali: A) Un narcisista probabilmente non sarà in grado di trarre alcun beneficio dalla terapia in primo luogo perché non ritiene che il suo modo di essere sia disfunzionale. Spesso tale idea è accompagnata anche dalla convinzione che la terapia sia per i deboli o i malati di mente. In secondo luogo perché la terapia, per definizione, ha come obiettivo (e funziona) solo se il paziente lascia accedere il terapeuta alla sua parte più vulnerabile, aprendosi incondizionatamente alla relazione. Questo è un passaggio che il narcisista con – diciamo – un “buon gradiente” di narcisismo, non può permettersi: ha impiegato infatti tutta la sua vita e le sue energie a corazzarsi contro la possibilità che qualcuno acceda a quella parte così fragile, il vero sé, costringendolo a farci i conti. Figuriamoci se è disposto ad aprirsi adesso al terapeuta! Tuttavia esiste un’eccezione: il caso in cui la terapia serva a prevenire un danno più grave. Per esempio se crede che davvero la “sua” donna lo lascerà. E allora la terapia si configurerà, nella sua testa, come un altro possibile palcoscenico ove recitare, davanti a un pubblico stavolta allargato anche terapeuta, la scena della persona pentita che tutto farebbe pur di non essere mollato dal partner che ama (o meglio da cui ottiene rifornimento narcisistico primario). Poi, una volta che avrà riconquistato la fiducia, riprenderà il proprio comportamento abusante nello stesso identico modo. Allestire per lui questo palcoscenico è ciò che spesso le persone che sviluppano una dipendenza affettiva chiedono ai loro terapeuti di fare. Impedire che lo spazio terapeutico venga inficiato dalle manipolazioni del narcisista è invece il compito di un buon terapeuta, pena diventarne l’infimo alleato. B) Allargare la terapia al narcisista significa anche deresponsabilizzare il partner dipendente dal proprio problema. La terapia della dipendenza affettiva ha come obiettivo principale quello di far sì che la persona ricostruisca sé stessa in seguito alla devastazione del trauma subìto, che riconquisti i perduti spazi di autonomia d’azione e di pensiero. Lo spazio terapeutico si configura proprio come il primo territorio da conquistare e difendere, il primo piccolo appezzamento di terra dal quale cominciare la ricostruzione. Un buon terapeuta è un tuo alleato meglio equipaggiato nella difesa di quello spazio e pertanto ti affianca e coadiuva in questa impresa.

(Se vuoi conoscere altre strategie di ricostruzione dopo la fine d’un amore clicca qui).

4. Non chiama le cose col giusto nome.

Un buon terapeuta, formato nel campo della dipendenza affettiva, non farà l’errore di chiamare “amore” quella tossica relazione in cui sei invischiato! La chiamerà “dipendenza”. Non chiamerà ciò che c’è stato tra voi “rapporto sentimentale” ma lo chiamerà “abuso”. Parlerà dei momenti in cui il narcisista sembrava funzionare come una persona meravigliosa come di “idealizzazione”, non di “innamoramento” e ti aiuterà ad entrare nella logica narcisistica smettendo di analizzare ogni suo comportamento partendo dal presupposto che la sua mente funzioni come la nostra. Imparerai cosa significa “rifornimento narcisistico” e i modi in cui puoi sottrarti ai suoi tentativi manipolativi di ottenerne altro da te. Probabilmente si rifiuterà di appellarti come “vittima” dandoti fin da subito la responsabilità attiva della tua vita. Responsabilità che passa anche e soprattutto dal comprendere il motivo per cui hai lasciato spazio nella tua vita a qualcuno che non ha fatto altro che assediarla.

5. Dà la responsabilità dell’abuso tutta al dipendente o tutta al narcisista.

La persona che sperimenta una dipendenza affettiva da partner narcisista deve essere aiutata a comprendere che non ha danzato da sola. Dipendente e narcisista sono due provetti ballerini di una danza relazionale folle che può essere ballata solo in due. Entrambi sono portatori di una ferita che li rende fragili, vulnerabili, piccoli, una ferita che va curata, lenita, richiusa, altrimenti il rischio di tornare a danzare la stessa musica cambiando partner sarà altissimo. Parlare di vittima e carnefice ha senso terapeutico al massimo solo perché permette di prendere decisioni forti e fondamentali: se c’è una vittima dovrò fare in modo che sappia difendersi e se c’è un carnefice dovrò fare in modo che riconosca e si occupi della sua violenza. Se nego i ruoli non prenderò alcuna decisione di interrompere l’abuso semplicemente perché non lo vedrò. Dal punto di vista psicologico, però, parlare di vittime e carnefici ha poco, pochissimo, senso. Dipendente affettivo e narcisista sono entrambi vittime, vittime delle loro infanzie infelici, vittime di genitori che non hanno saputo vederli, amarli, accudirli, proteggerli, parlare loro sussurrando, abbracciarli, accarezzarli, rimboccare le loro coperte, dir loro che sono stati bravi, che sono belli, che sono amati. Sono entrambi vittime di una vita che è stata severa, a volte palesemente ingiusta.

Che almeno il terapeuta sia “giusto”, nel ridistribuire le responsabilità dell’uno e dell’altro non lo rende solo un buon terapeuta in grado di fare una lettura complessa della realtà ma anche un umano di buon senso.

Scegliete bene e in bocca al lupo!

Dott.ssa Silvia Pittera, Psicologa – Psicoterapeuta.

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5 pensieri su “5 indicatori che il tuo terapeuta non sa niente di Dipendenza Affettiva.”

  1. Ottimo articolo. Di grande aiuto. Sono da 20 anni con un np sono stata in cura per depressione ma curata con farmaci antidepressivi e per bipolarismo. Terapia di coppia. Deleteria. Idem qualche anno dopo con psicoterapeuta. Sempre in coppia. Disastro. Ora sono in fase di separazione e i 4 figli naturalmente sono manipolati o presentano comunque disagi. Speriamo che i terapeuti a cui verremo affidati siano capaci. Almeno ho un metro di giudizio.

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  2. Dopo aver letto diversi articoli sul web sono convinto che mia moglie sia una narcisista patologica.Mi ha tradito diverse volte,negando sempre tutto,lasciando delle tracce non prove,e ogni volta che ho provato a fargli ammettere i tradimenti ha reagito in modo strano.Prima concedendosi a me in modo anomalo visto che la nostra intimità è a senso unico (devo essere sempre io a prendere l ‘ iniziativa e lei è passiva non è amorevole nei miei confronti) ,oppure da silenzi
    lunghissimi,e anche in questo caso devo essere io a cedere per primo. Vorrei separarmi ma abbiamo 2 bambini,e non vorrei lasciarli la maggior parte del tempo con la madre,perché anche nei loro confronti diverse volte è troppo nervosa.Abbiamo iniziato la terapia di coppia,ma non credo sia la soluzione . Non so cosa fare soprattutto per i bambini.

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  3. Questa è un’analisi onesta, professionale e giusta. A me è successo proprio questo, ho chiesto aiuto a una terapeuta di coppia che non solo non ha compreso la gravità dell’abuso subito, ma addirittura non mi ha aiutato a guarire dalla dipendenza, alleandosi più volte con l’avvisatore. Un’esperienza davvero sconcertante e dannosa!

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