dipendenza affettiva, Narcisismo, relazioni tossiche

Di madri narcisiste e di figli che imparano (nonostante tutto) a nutrirsi d’amore.

C’è una tendenza, ultimamente peraltro molto diffusa, ad etichettare come narcisiste le madri che si concedono il diritto (sacrosanto) d’essere altro oltre che madri. Come se la donna dovesse per forza dissolversi nella madre e guadagnarsi, solo grazie a questo processo chimico in cui cambia stato, il titolo di “buona madre”.

Massimo Recalcati, famoso psicanalista lacaniano, su «la Repubblica» di qualche tempo fa scriveva, con mio grande disaccordo, che oggigiorno:

Alla madre della abnegazione si è sostituita una nuova figura della madre che potremmo definire ‘narcisistica’. Si tratta di una madre che non vive per i propri figli, ma che vuole rivendicare la propria assoluta libertà e autonomia dai propri figli […] Se c’è stato un tempo dove la madre tendeva ad uccidere la donna, adesso il rischio è l’opposto; è quello che la donna possa sopprimere la madre”.

Tale visione, ampiamente condivisa da un certo filone psicoanalitico che vanta autorevoli esponenti, non mi trova concorde per almeno due motivi. Il primo riguarda l’uso improprio del termine narcisismo, sferrato con disarmante superficialità sulle madri, con quel tono accusatorio con cui certe etichette diagnostiche si urlano in faccia a chi non ci piace il modo in cui sta al mondo, in cui in cui accudisce il proprio bambino. Il secondo ha a che fare, in maniera più viscerale, con una profonda divergenza d’opinione: una madre che mantiene su di sé uno sguardo amorevole oltre che sul figlio, che si concede lo spazio-tempo per essere donna e “altro dal materno” non è per forza una madre narcisista, anzi.

Se è vero, infatti, che l’accudimento è una sacra funzione genitoriale che quando si storpia o si contrae o si ritira produce bambini infelici e adulti disturbati e disturbanti, è vero anche che ce n’è un’altra, di funzione genitoriale, detta funzione generativa che è altrettanto importante e alla quale ci si arriva solo riconquistando quella quota di autonomia e libertà che le madri (fisiologicamente e giustamente) perdono nei primi anni di vita del loro bambino, quando l’essere stabilmente sintonizzate su di lui ne garantisce la sopravvivenza fisica e psichica.

La funzione generativa, succfd913354d87fbc9dffb618a34d9d9ea6--blabla-writing-inspirationessiva a quella accuditiva, è ciò che fa del proprio figlio un uomo o una donna, ciò che lo immette nel mondo, come essere sociale, normato, civilizzato anche emotivamente ed affettivamente, un uomo o una donna che potrà, a sua volta, generare altri uomini e donne, finalmente svincolati dalla fusione col materno prima e col familiare dopo, entro un progetto creativo più ampio.

La madre narcisista di cui voglio parlarvi qui è quindi una madre francamente patologica, una di quelle persone che nello spettro narcisistico o nel gradiente narcisistico (se così lo vogliamo chiamare) farebbe punteggi alti. La madre narcisista, così come la intendo io, è una donna prevalentemente concentrata su se stessa, con una pervasiva assenza di empatia, tesa a vivere e strumentalizzare il figlio come prolungamento della propria immagine. Un figlio che è contemporaneamente estensione di sé e fonte di risarcimento narcisistico e quindi deve essere grandioso abbastanza da rimandarle di lei l’immagine di donna grandiosa che ha generato un figlio grandioso, ma al contempo questo figlio non può e non deve mai brillare di una luce più luminosa di quella che emana lei, perché una persona narcisista non può tollerare di brillare meno di chiunque altro, e i figli non costituiscono eccezione. È come se chiedesse continuamente ed implicitamente al suo bambino di essere il più grande di tutti salvo poi svalutarlo e denigrarlo se davvero lo diventa e pertanto lo condanna a vivere in un paradosso irrisolvibile, perverso e lesivo.

Questa donna generalmente presenta alcuni tratti di personalità peculiari:

  Crede di essere unica e speciale e per questo esige una ammirazione incondizionata. È totalmente assorbita da se stessa e questo la rende ostinata ed egoista. Pensa di dover essere ammirata, magari per delle doti fisiche di bellezza o caratteriali di forza per le quali ritiene anche di avere diritto a un trattamento speciale.

  Non di rado si atteggia a martire, mettendo in scena laceranti drammi di autocommiserazione, ideati con cura, in cui è la protagonista assoluta, col solo scopo di generare nei figli dilanianti sensi di colpa per non averla compresa e aiutata.

  Distrugge le relazioni dei figli: inizia con quella tra i fratelli (questo le consente infatti di trarre soddisfazione dal senso di controllo che riesce ad esercitare) e continua con quelle amicali (i tuoi amici sono tutti pessimi) per poi ingerire continuamente e pesantemente nelle relazioni sentimentali, spesso compromettendole.

– Le sue necessità vengono prima di tutto: ha capovolto i ruoli tra madre e figlio non appena ha potuto, ribaltando le sue responsabilità su di te, lasciandoti da solo a prenderti cura di te come potevi, anche se non eri ancora pronto. Per tornare alle funzioni genitoriali, qui è la prima, quella accuditiva (che già non era mai stata adeguata), ad essere prematuramente abbandonata. Ricordo la storia di una paziente che mi raccontò di come da bambina, 7 anni, fosse andata a scuola per settimane con un paio di scarpe che le provocavano ferite ai piedi: le aveva desiderate molto e la madre narcisista gliele aveva comprate nonostante non fosse d’accordo. Adesso che le aveva avute “se le doveva piangere addosso” così le disse, e tolse da casa ogni altra scarpa più comoda, lasciando alla bambina la possibilità di indossare solo quelle.

  Mente spesso: sa che quello che dice o che fa è scorretto e che tu hai ragione a lamentarti ma dà comunque la colpa a te, praticamente di quasi tutto ciò che di negativo le accade. Per non farsi scoprire, da brava narcisista, userà manipolazioni di ogni sorta.

  Non perde occasione per biasimarti: non sei buono pressoché a nulla o se hai fatto qualcosa bene ed è sotto gli occhi di tutti, potevi, con un po’ di impegno in più, sicuramente farla meglio. Quindi la tua gioia per aver preso ventotto a un difficile esame universitario finirà nel momento in cui ti chiederà, delusa, il motivo per cui non hai avuto trenta. Una madre narcisista riconosce i tuoi successi solo nella misura in cui può trarne qualche vantaggio, li ignora o li sminuisce se non riesce a ricavarne qualcosa per sé.

  Qualsivoglia tentativo di autonomia da parte tua verrà duramente osteggiato: vestirsi in maniera più adulta, truccarsi/radersi, uscire con amici e fidanzati e perfino lavorare: al primo lavoretto estivo che troverai coglierà la palla al balzo e smetterà di contribuire economicamente al tuo sostentamento, anche nel caso in cui è evidente che il tuo lavoro non può garantirti stabilità economica: “Hai scelto di lavorare? allora adesso non c’è più bisogno che io paghi i tuoi vestiti”. In questo caso è la seconda funzione genitoriale, quella generativa, che una madre narcisista tenta costantemente di sabotare, nel tentativo di tenerti come sua estensione e impedire la tua individuazione come persona autonoma e diversa da lei.

–  La madre narcisista finge di essere una buona madre e una buona moglie e recita di fronte agli estranei questo ruolo ad arte. Tra le mura di casa però dismette la sua maschera e triangola, manipola, punisce e squalifica con durezza e, nei casi peggiori, incute timore ai suoi figli, paralizzandoli nella paura per ottenerne il controllo.

  Potrebbe essere promiscua. Alcune lo sono ma fanno in modo che nessuno lo sospetti, altre lo sono dichiaratamente e presentano con superficialità i loro partner ai figli, non curandosi dell’impatto che questo possa avere su di loro. Se non sono promiscue per cultura e educazione familiare, non perdono quasi mai l’occasione per sottolineare come il loro ruolo di madri e mogli abbia penalizzato la loro femminilità: “Ero così giovane e bella e tutti mi desideravano, poi ho incontrato tuo padre, siete nati voi e mi avete fatto ridurre così”.

Le madri narcisiste scelgono sempre un “figlio preferito” e un “figlio capro espiatorio da denigrare”. La variabile più spesso usata per scegliere chi ricoprirà un ruolo e chi l’altro è quasi sempre l’utilità che i figli possono avere come “rifornimento narcisistico” o la capacità di vedere il nucleo depressivo che questa madre nasconde oltre la grandiosa corazza che mostra: il primo diventerà il figlio preferito, il secondo il figlio da denigrare. Tra i due saranno fatti continui paragoni, ciò alimenterà l’odio dell’uno verso l’altro e impedirà loro di essere davvero fratelli. Il figlio preferito, da bravo prolungamento materno, potrebbe anche farsi carico direttamente dei compiti narcisistici della genitrice, abusando psicologicamente e/o fisicamente del capro espiatorio, in modo da sollevare la madre narcisista da tale compito.

Noi tutti ci identifichiamo con i genitori che ci feriscono, tanto per amore quanto per paura. La legge psicologica sottesa è: se non puoi sconfiggerli alleati a loro.

Non di rado il narcisismo di queste donne danneggia più le figlie che i figli, questo perché la madre vede, nella bambina prima e nella giovane donna dopo, un’estensione di sé, piuttosto che una persona indipendente, con sue specificità, con sogni, desideri, istanze psichiche e fisiche da realizzare. Le “madri sane” sono normalmente orgogliose dalle loro figlie, augurano loro realizzazione professionale, sentimentale, sperano che siano in salute e che conoscano una buona dose di felicità. La madre narcisista, invece, percepisce la figlia come una minaccia: se la piccola infatti ha la colpa di offuscare la madre convogliando su di lei le altrui attenzioni, allora sarà certamente punita, umiliata, svalutata. Ciò le consentirà di mantenere intatta la sua corazza narcisistica, non accedendo mai alla parte vulnerabile di sé che non accetta, per nessun motivo, di contattare. Una madre narcisista pu18cd2f72847d567f6563649d7b415bde.jpgò essere gelosa ed invidiosa della figlia per una lunga, (sempre aggiornabile) e agghiacciante lista di ragioni: la sua giovinezza, la sua intelligenza, la bellezza, i beni materiali, le conquiste sentimentali, i titoli che acquisirà e persino il suo rapporto con il padre. Quest’ultimo punto dà luogo a una perversa quanto gravissima triangolazione della figlia. Questa bambina, come ogni bambino venuto al mondo, non chiede null’altro che di avere rapporti sani con entrambi i genitori. Ma cosa accade se la madre è distruttivamente invidiosa del normale rapporto d’amore che dovrebbe instaurarsi tra un padre ed una figlia? E ancora, cosa accade se un padre non desidera compromettere la relazione con la moglie e a tal proposito sveste i panni di padre, abdica alla funzione paterna, nel tentativo disperato di salvaguardare il matrimonio facendo ciò che implicitamente la moglie chiede? Succede che quella povera bambina viene emotivamente abbandonata da entrambi i genitori, incapaci, per ragioni diverse, di stabilire una amorevole e profonda connessione con i suoi bisogni psichici di accudimento e affetto. In questo arido e perverso scenario familiare quella figlia cercherà con tutti i mezzi di guadagnarsi l’amore di colei che l’ha generata, di ottenere la sua attenzione e sentirà che non sarà mai capace di compiacerla, portando con sé, per sempre, il “difetto originario” di non sentirsi degna d’amore. E nulla come il non sentirsi amabili rende gli umani fragili, vulnerabili, insicuri, instabili, infelici e facili prede di umani più forti, sicuri, dominanti, a volte manipolativi, perversi e narcisisti, magari proprio come lo era la mamma.

Come si fa quindi a sopravvivere e germogliare nell’aridità di questo terreno familiare?

La letteratura corrente suggerisce come modalità privilegiata per interrompere un abuso narcisistico il contatto zero.

Mi chiedo spesso però, e non solo come terapeuta, quanto questo sia applicabile nel caso in cui il narcisista da cui dobbiamo difenderci non sia l’uomo che abbiamo creduto erroneamente essere il nostro principe azzurro ma la nostra mamma. Ho come la sensazione che anche di fronte alla madre peggiore del mondo latitare per sempre, per quanto in alcuni momenti della nostra vita possa sembrare necessario ed in altri risultare l’unica strada possibile, sia comunque pericoloso. Perché dà la prova inconfutabile che niente sia curabile o almeno lenibile non tanto in lei quanto nei figli che quella madre l’hanno amata, nonostante tutto. Come potranno, quei figli, guarire dal loro “difetto originario” se si sottraggono al veleno delle loro madri ma anche alla possibilità che quelle madri cambino e inizino ad amarli?

Mi piace di più pensare, nel caso in cui il narcisista da cui difendersi fosse proprio la madre, che nel salotto caldo e accogliente della stanza di terapia si può prendere coscienza del problema, accettando che quella madre bugiarda, manipolativa e insensibile è così e non cambierà, semplicemente perché non può, nonostante i nobili tentativi della figlia o del figlio di offrirle amore incondizionato e riparativo. Mi piace pensare che insieme, terapeuta e paziente, si può togliere artigianalmente la coltre nera del senso di colpa, avviare una separazione psichica da quella madre che non è come avrebbero voluto, vivere il lutto della “madre sognata” e smettere di cercare in lei atteggiamenti materni che non si otterranno mai, perché non è capace di offrirli. Mi piace pensare che questi figli possono essere aiutati a sentirsi migliori delle loro madri, a capire che non diventeranno come lei, che sicuramente saranno genitori affettivamente più competenti perché, a differenza di colei che li ha generati, loro hanno capacità di introspezione, riescono a mettersi in discussione e soprattutto hanno un dono raro che lei non avrà mai: l’empatia. Mi piace pensare che le persone possano imparare a fare pace col loro “genitore interno”, anziché combattervi una sanguinante battaglia tutta la vita. Che possano imparare a cercare nutrimento affettivo laddove potranno finalmente trovare una tavola imbandita in cui rimpilzarsi d’amor proprio, un cibo dalle grandi proprietà nutritive, il solo che può permettere di rinunciare, una volta per tutte, alle briciole avvelenate che le loro madri Narcise non hanno fatto altro che mettere loro nel piatto.

Dott.ssa Silvia Pittera – Psicologa e Psicoterapeuta.

2 pensieri riguardo “Di madri narcisiste e di figli che imparano (nonostante tutto) a nutrirsi d’amore.”

  1. Rivedo mia madre in tutto .
    Ma all’ episodio delle scarpe non avevo mai pensato in questo senso : dovevo fare la Cresima e mia madre aveva deciso di comperarmi ,per l’occasione ,delle scarpe che le piacevano tanto.
    Già in negozio mi facevano molto male ma lei : “Chi bella vuole apparire un poco deve soffrire”.
    Quelle scarpe avevo poi dovuto indossarle per molto tempo ancora , perché lei le aveva pagate un sacco di soldi .
    E così avevo smesso di correre insieme agli altri bambini , le vesciche ai piedi e il dolore alle punta delle dita me lo impedivano .
    Finchè,finalmente ,le scarpe si sono aperte davanti ; uscivano le dita e lei aveva deciso, non prima di accusarmi di non avere alcuna cura per le cose , che non era più il caso io le mettessi : sembravo una pezzente , diceva.
    Aveva anche provato a farsele rimborsare dal negozio in cui le aveva comprate e , non riuscendoci ,mi aveva accusata di essere incontentabile.
    Nonostante io sappia che mia madre è narcisista non avevo pensato questo so atteggiamento lo fosse.

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