Amore sano, dipendenza affettiva, Narcisismo, relazioni tossiche

Il cervello innamorato. Biochimica dell’amore e della dipendenza affettiva.

“Che l’amore sia tutto, è tutto ciò che sappiamo sull’amore”.

Scriveva così, nell’800, Emily Dickinson.

Oggi sull’amore sappiamo molte cose, eppure abbiamo sempre la sensazione che qualcosa della sua magia e dell’incantesimo che ci prende quando ci innamoriamo ci sfugga comunque. Del resto l’amore è un sentimento che, come vedremo, pur trovando casa nel cervello più che nel cuore, ha ben poco a che fare con la ragione. E così pare essere destinato a rimanere ad appannaggio dei poeti, più che degli scienziati.

O almeno così ci piace pensare.

Per un attimo, però, proviamo a rompere l’incanto dell’amore romantico, liberiamo le farfalle chiuse nello stomaco e parliamo dell’aspetto biochimico perché ci permette di chiarire non solo lo spettacolo d’arte varia, come direbbe Paolo Conte, dell’innamoramento, ma anche la genesi del mal d’amore. Laddove infatti entriamo in contatto con un narcisista patologico, abile stratega d’amore avvezzo a somministrare dosi ambivalenti di presenza e affettività, il già precario equilibrio ormonale alterato dall’attrazione che proviamo per l’amato, cortocircuita totalmente, facendoci precipitare nel baratro della dipendenza affettiva.

Ma, prima di addentrarci negli anfratti cerebrali del mal d’amore o meglio dire dell’abuso narcisistico, vediamo come si innamora il nostro cervello.

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Immagina questa scena: sei di fronte all’uomo dei tuoi sogni. Lui è bello, bellissimo. Vi guardate, lui ti sorride. Fuori campo si vede cupido allontanarsi di gran fetta, ghigno in faccia, arco e frecce in spalla: vi ha appena infilzati per benino. Trascorrono 1,2 secondi e tutte le molecole dell’amore vanno in subbuglio. Ti sembra di volteggiare nel blu dipinto di blu. La feniletilamina, molecola responsabile della passione, ovvero di quel brivido di calore che sentiamo salire dalla pancia fino alle guance, giunge alle stelle. Simile all’anfetamina per composizione e per effetto, funziona dentro il corpo come farebbe una cassa di risonanza: amplifica tutte le emozioni. In più, nell’interazione con la norepinefrina, stimola la produzione di adrenalina, che ci fa battere forte il cuore e genera il sudore delle mani. E non solo. Scatena anche il testosterone e la dopamina. Dentro la tua testa è tutto un carnevale di ormoni chiassosi. La dopamina, ormone festaiolo per eccellenza, è responsabile della sensazione d’estasi e d’eccitazione che sperimentiamo quando siamo felicemente innamorati.  Il nostro sistema dopaminergico è, a questo punto, iperattivato, esattamente come lo sono i centri cerebrali del piacere, gli stessi che si attivano quando ci facciamo di una sostanza stupefacente, solo che in questo caso la droga in questione ha due braccia, due mani due gambe, due piedi, due orecchie ed un solo cervello, citando il testo di una famosa canzone. A questo punto siamo drogati, nel senso cerebrale della parola. Quello che proviamo ci piace e ne vogliamo ancora.

E ancora.

E ancora.

E ce lo dobbiamo procurare.

Subito.

Søren Kierkegaard sosteneva che “il primo periodo dell’innamoramento è sempre il più bello, poiché a ogni incontro, a ogni sguardo, si porta a casa qualcosa di nuovo per rallegrarsi”, che è come dire che a ogni incontro ci facciamo una dose endovena della persona amata.

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Giusto per non farci mancare niente, l’attività della corteccia prefrontale diminuisce. E lì, signore e signori, c’erano i centri della razionalità. Per cui adesso lui è meraviglioso, non ha alcun difetto e mai in nessuna parte dell’universo conosciuto e di quello inesplorato esisterà un uomo migliore di lui. Perse tutte le capacità critiche dobbiamo arrenderci all’evidenza cerebrale di quello che sta succedendo: l’amore ci sta rincretinendo! Non siamo più in grado di ragionare e allora diciamo cose come “non mi riconosco più” o “questa non sono io” mentre, pur di incontrarlo, programmiamo la ronda di tutti i locali in cui potrebbe essere, ci compriamo un vestito nuovo, ci mettiamo il tacco dodici che l’ultima volta avevamo osato 3 anni fa solo per il matrimonio di nostra cugina e controlliamo spasmodicamente gli accessi su Whatsapp perché ci piace pensare che lui è lì, vivo e fremente, a uno schiocco di messaggino da noi. Tutto questo avviene con la complicità latitante della serotonina, l’ormone dell’appagamento e della regolazione dell’umore, i cui livelli si abbassano costringendoci a focalizzare il pensiero solo su di lui e a cominciare una ricerca compulsiva dell’amato (il calo della serotonina infatti ce l’abbiamo in comune con chi manifesta un disturbo ossessivo – compulsivo).  Poi, quando lo troviamo, la vicinanza fisica e il contatto (baci, carezze, abbracci, rapporti sessuali), fanno sì che venga rilasciato un profluvio di ossitocina che ci fa sentire bene e, contemporaneamente, agendo sui centri della memoria, ci fa dimenticare i tormenti che abbiamo patito quando l’amato non era con noi.

Ma il processo di rincretinimento non è ancora finito. C’è una piccola parte del nostro cervello che deve ancora fare la sua parte: l’amigdala. O meglio, non farla. Grande quanto una mandorla (da cui il nome) ma capace di apportare nella nostra vita sentimentale più devastazione di una bomba all’idrogeno, a questo punto della nostra storia d’amore, l’amigdala, decide arbitrariamente di disattivarsi. Era lei quella deputata a inviarci l’allarme nel caso in cui l’amato mandasse segnali di fumo per avvertirci che non è esattamente la persona giusta. E così bando alle amiche sagge che, sostituendosi all’amigdala, ci dicono “Stai attenta, potrebbe essere un poco di buono!”, “Non mi convince, lascialo stare!”. Le amiche, in questa baldanzosa situazione in cui ci troviamo, strafatte di ormoni del piacere, con i centri della razionalità disattivati (corteccia prefrontale) e con il rilevatore di fumo spento (l’amigdala), non le ascoltiamo di sicuro: sono una flebile voce nell’etere, niente di più. Non ci resta che cadere in amore, falling in love, come dicono gli inglesi, previdenti, che già mentre lo dichiarano ti avvertono che ti farai male.

Il poeta Joë Bousquet dice, in una delle sue composizioni, che “Amare, significa essere assenti da sé stessi”. E non aveva certo tutti i torti.

Infatti è proprio quello che potrebbe succedere: d’ora in poi le strade neuronali dell’amore si dividono. Se hai incontrato un partner “sano” ritornerai presente a te stesso, se hai incontrato un narcisista invece resterai nel loop della compulsione d’amore e della dipendenza affettiva, quella per cui incessantemente ricercherai la dose quotidiana dell’amato senza poter godere mai dell’appagamento che sogni.

Ma vediamo nel dettaglio della nostra chimica cerebrale cosa succede:

  • Partner sano: il cervello si abitua alla concentrazione esagerata di ormoni dell’amore. Proprio come ci si assuefà a una sostanza tossica, il nostro organismo si assuefà all’amato, alla sua costante presenza nella nostra vita. I livelli di dopamina scendono a favore di un innalzamento di quelli di serotonina e ossitocina. Mentre la prima stabilizza il tono dell’umore, la seconda, detta volgarmente “ormone dell’amore vero” promuove la stabilità della coppia. L’ossitocina viene rilasciata grazie al contatto fisico e alla vicinanza: il suo rilascio è favorito anche dalla sensazione di avere stabilmente accanto la persona amata e contribuisce pertanto a formare un vero e proprio legame di attaccamento. Ma perchè questo succeda il partner deve essere una presenza costante nella nostra vita e porsi come base sicura. Contemporaneamente vengono messe in circolo endorfine, una classe di molecole simile per struttura alla morfina, che hanno un effetto calmante e piacevolmente appagante. I sussulti del cuore dei primi tempi sono lontani, adesso ci si può finalmente rilassare e godere della fiducia e della stabilità che l’amato ci offre.

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  • Partner tossico (narcisista più o meno perverso): Il cervello non si abitua mai alla concentrazione esagerata di ormoni del piacere. L’assuefazione è impossibile perché l’amato non la permette. Il proverbiale “entra ed esci” dalla relazione del narcisista, la somministrazione intermittente del legame (oggi ci sono, domani chissà), il senso di precarietà sentimentale che trasmette ogni giorno con tutte le sue ambiguità ed incertezze sentimentali producono una dipendenza sempre maggiore: inseguimenti estenuanti, ostinati tentativi di indurre l’altro all’amore con strategie di seduzione, giochi psicologici e condotte a dir poco irrazionali che vìolano tanto la dignità di chi li compie quanto quella di chi li subisce. Tutto questo manda in cortocircuito il sisitema della dopamina e dell’ossitocina (lo vogliamo come e più del primo giorno), mantiene una riduzione dell’attività della corteccia prefrontale (perdiamo la capacità di giudicarlo per ciò che è), e una parziale disattivazione dell’amigdala (non capiamo il pericolo che corriamo a rimanere con lui). Siamo costantemente indotti dai nostri ormoni ad assicurarci la dose quotidiana di narcisista. La dopamina ci rende euforici all’idea di vederlo, i bassi livelli di serotonina ci inducono in uno stato d’ansia e ci spingono a cercarlo compulsivamente. La presenza intermittente del partner non permette all’ossitocina di stabilizzare la relazione. Siamo praticamente in astinenza fino alla prossima dose. E poi si ricomincia. L’appagamento è impossibile. La serenità pure.

Il cervello va in tilt: per quanto possa sembrare assurdo, ogni volta che veniamo abbandonati, continuano ad attivarsi nel cervello le stesse aree coinvolte nella fase dell’innamoramento, ovvero quelle che fanno capo al sistema dopaminergico della ricompensa. Stiamo male ma il cervello, ancora innamorato, non riesce a decodificare lo stimolo di dolore e continua integerrimo ad attivare le aree del piacere. Si sperimenta così un forte desiderio di unione con l’altro, si vive nella speranza di stare di nuovo insieme nonostante i suoi inaccettabili comportamenti. È come se, di fronte alla minaccia di essere lasciati o a separazioni brevi (6 mesi al massimo), si riaccendessero l’amore, l’attrazione, la passione.

È più facile, parlando di biochimica dell’amore, capire il motivo per cui non si fa che predicare come unica possibilità di uscire da una relazione con un narcisista patologico il no contact: se non ci si allontana dalla persona tossica, infatti, essa continuerà ad agire la stessa azione stupefacente sul cervello.

Solo allontanandosi la nostra affascinante materia grigia potrà finalmente registrare un’informazione nuova: la relazione è finita. FI-NI-TA.

Da questo momento tu e il tuo cervello potrete iniziare la vostra elaborazione del lutto. Durerà da un minimo di otto mesi a circa un anno e mezzo, ammesso che il processo fili liscio. Il circuito della ricompensa si spegnerà. Re carnevale sarà bruciato. Caleranno a picco i livelli di dopamina e di ossitocina, l’insula e il cingolato mostreranno un’attivazione di gran lunga inferiore a quella che si registra negli amanti felici. I livelli di serotonina precipiteranno: siete depressi. Vi sentirete soli e avrete la sensazione di essere in pericolo. La sua mancanza vi farà tanto male da indurvi a credere che non sopravvivrete a questo dolore: è l’amigdala, ha ripreso a funzionare e vi avverte del pericolo della solitudine. Si attiveranno nel cervello le aree cerebrali deputate alla registrazione del dolore fisico: per questo ti sembrerà di avere il cuore spezzato. Fa male, lo so. Ma almeno il cervello ha ripreso a funzionare correttamente: adesso che non è più di fronte all’ennesima minaccia di abbandono ma è di fronte all’evidenza dell’abbandono può disattivare i centri del piacere e attivare coerentemente quelli del dolore, così che tu possa smettere di cercare il partner compulsivamente e di confondere l’ebrezza con l’amore. Il tuo cervello comincerà pian piano a ritrovare lucidità anche se tu ti senti ancora confuso. La corteccia prefrontale riprenderà la sua normale attività: è tornato il lume della ragione! L’illusione dell’uomo straordinario potrà così svanire e lasciare spazio ad una immagine più realistica di lui: hai incontrato un narcisista, ti ha risucchiato energia e vitalità, ha detto di amarti e invece non è mai stato in grado d’amare nessuno.

Pensavi fosse amore e invece era un abuso!

Come vedi il tuo cervello ha bisogno di non entrare in contatto con i messaggi ambigui che il narcisista costantemente invia per ricominciare a funzionare. Per quanto il nostro cervello risulti essere il risultato di 4 milioni di anni di evoluzione, infatti, niente può di fronte a una così elevata portata di tossicità se non difendersi, tenendosi alla larga.

Hai mai visto un tossicodipendente smettere gradualmente, somministrandosi una dose d’eroina ogni tanto?

Non credo. Una dipendenza va interrotta, non gestita.

E dunque non commettere l’errore di pensare che potresti riuscirci tu: sarà anche vero che al cuor non si comanda ma, a quanto pare, nemmeno al cervello innamorato!

Silvia Pittera, Psicologa – Psicoterapeuta.

[P.S. se l’argomento ti interessa ti consiglio di leggere “Il cervello in amore” di Grazia Attili.  Alcune delle informazioni che hai letto in questo articolo sono tratte dal suo libro!].

9 pensieri riguardo “Il cervello innamorato. Biochimica dell’amore e della dipendenza affettiva.”

  1. Io ho smesso di “drogarmi” da circa un mese…… È dura ma questo articolo mi ha strappato un sorriso e mi ha fatto sentire un po’ meno in colpa per essere finita così ingenuamente nella trappola del predatore…..

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  2. Buongiorno, mi spaventa leggere che dopo 8 mesi cambierà lo stato del cervello…è proprio così? dopo quasi tre mesi di no contact e di malessere continuo ora mi sembra di stare un pò meglio…ho paura a ricadere nel baratro. starò peggio? scusi ma sono un ‘altalena e ho tante paure. grazie

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  3. Gentilissima dottoressa Pittera
    Sono un Coach. Volevo solo dirle che ha fatto un articolo straordinario che mi ha insegnato davvero tanto, tenuto conto che sono un appassionato di neuroscienze, del funzionamento del cervello e dell’intelligenza emotiva. Grazie infinite e Buon 2019

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