Narcisismo, relazioni tossiche

Il ghosting, ovvero la crudele arte relazionale di sparire

Tutte noi abbiamo sognato l’amore eterno guardando Ghost – Fantasma, film cult del 1990 in cui una splendida coppia, impiegato di banca lui e artista lei, cimagesonduce una vita spensierata fino ad una tragica sera in cui lui, Sam Wheat (Patrick Swayze), rimane ucciso durante un tentativo di rapina. Neanche il tempo di piangere lacrime amare per la perdita di un esemplare rarissimo di Homus Innamoratus che lui chiede ed ottiene dal Padreterno il permesso di tornare sulla terra sotto forma di fantasma, per proteggere la sua amata Molly (Demi Moore) e sussurrarle all’orecchio quel “ti amo” che in vita non era mai riuscito a dirle.

Ventotto anni dopo, nell’epoca dell’amore liquido e delle relazioni 3.0, siamo, nostro malgrado, costretti a ripensare alle immagini sull’amore che ci sovvengono quando sentiamo la parola ghost. Se prima l’immaginazione volava subito ai bellissimi Demy Moore e Patrik Swayze che amoreggiano attorno ad un vaso di terracotta, in una scena ad altissimo contenuto erotico, adesso dobbiamo fare i conti con una nuova tendenza: uomini (ma anche donne) profondamente incapaci di stare dentro una relazione sana che decidono, noncuranti dell’impatto che avrà sul partner, di sparire nel nulla, come fantasmi appunto, che fanno perdere ogni traccia di sé, gettando l’altro nello sconforto più cupo.

Se si pensa, poi, che viviamo oggi nell’epoca dell’ipercomunicazione, dove restare perennemente connessi è la norma relazionale, si capisce ancora di più come possa essere angosciante trovarsi nella paradossale situazione in cui il partner, col quale fino al giorno prima si facevano chiacchierate, si litigava, si progettava il futuro, non risponde più al telefono, non legge i messaggi, blocca Whatsapp e cestina le email, rifiutando ogni contatto e delegando al silenzio totale la notizia del suo definitivo distacco.

Nel chiuso della stanza di terapia ho raccolto storie in cui lui svuotava la casa prima che lei tornasse da un viaggio di lavoro e storie in cui lei rimaneva ore in aeroporto aspettandolo scendere da un aereo che lui non aveva mai preso. In un altro caso lui usciva dicendo di andare a fare la spesa e non rientrava a casa mai più, portando con sé giusto gli abiti che indossava, il denaro prelevato dalla cassaforte un attimo prima e il fedele cane al guinzaglio.

Sembrano anche queste trame di film drammatici eppure sono storie di vita vera, storie che raccontano d’un fenomeno, divenuto sempre più frequente, che gli psicologi hanno voluto battezzare col nome di ghosting, ovvero l’arte di troncare una relazione sparendo d’improvviso e senza fornire alcuna spiegazione.

L’arte di sparire è appannaggio di uomini e donne relazionalmente immaturi, non in grado di gestire e sostenere il dolore di interrompere un legame sentimentale, adducendo delle motivaziuoni e affrontando il partner e le sue legittime domande.

Un modo certamente patologico di gestire una chiusura, irrispettoso nei confronti di chi viene lasciato, dei sentimenti reciprocamente provati e della relazione, dell’amore che ci si era giurati, del futuro che ci si era promessi. La vittima di ghosting si ritrova così a dover affrontare uno dei traumi peggiori che possono presentarsi nella vita di una persona, ovvero quello d’essere improvvisamente abbandonati come se si fosse davanti a un lutto inspiegabile, come se l’amato fosse improvvisamente morto, solo che vive e vegeta in un altrove dal quale decide scientemente di troncare ogni comunicazione, dimostrando di disconoscere sentimenti di pietà e di non provare alcuna empatia per il partner abbandonato.

La vittima si troverà così a fare i conti con sentimenti di angoscia, impotenza, umiliazione, tragico disorientamento, tanto più se la sensazione dominante la relazione era quella di un rapporto solido ed orientato al futuro, come spesso accade in questi casi.

Fare il fantasma ha diversi vantaggi: consente a chi sparisce di eludere il confronto, di non prendersi la responsabilità della fine, di non accogliere il dolore del partner, di abdicare ad un presente divenuto ingestibile, di sostenere il silenzio straziante di chi ti guarda, piange e soffre perché lo stai lasciando.

Questo succede nella migliore delle ipotesi, ovvero quando una persona immatura e vigliacca sparisce improvvisamente perché la spina dorsale molle con la quale affronta il mondo non gli consente di ergersi al confronto con la sofferenza di chi amava. Del resto il dolore è difficile da guardare da dentro: strazia il cuore di chi lo prova e talvolta anche di chi lo provoca, soffoca e oscura ogni cosa.

Tuttavia, quando il fenomeno di ghosting si verifica all’interno di quel particolare incastro di coppia che vede insieme un narcisista patologico ed una dipendente affettiva, allora ha come obiettivo quello di operare una feroce abuso psicologico attraverso il quale infliggere all’altro una dolorosissima pena che lo indebolisce, rendendolo più facilmente dominabile. Attraverso il ghosting, infatti, si agisce sul partner una perversa quanto severa punizione: gli si infligge il dolore del lutto e lo si inebria con la speranza che un giorno l’amato possa tornare, ottenendo un vantaggio relazionale non da poco nel gioco della manipolazione e della distruzione affettiva.

Non c’è un corpo morto su cui piangere, non c’è un corpo vivo a cui chiedere spiegazioni. Tutt’intorno un silenzio sordo, l’ectoplasma di chi si era amato e l’eco di una domanda destinata a rimanere per sempre inevasa: perché mi hai fatto questo?

 

Dott.ssa Silvia Pittera, psicologa e psicoterapeuta relazionale.

 

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