dipendenza affettiva, Narcisismo, Psicoterapia della dipendenza affettiva

Cara dipendente ti scrivo. La tua storia d’amore come la racconterebbe il tuo narcisista

Ti sei mai chiesta come il tuo narcisista patologico racconterebbe la vostra storia se fosse consapevole delle dinamiche relazionali che lo animano? Se solo avesse le capacità introspettive, l’empatia e la sincerità che il suo disturbo di personalità gli impedisce di avere? Se, in una parola, riuscisse a dar voce al suo Vero Sé?

Oggi ti propongo la ritrascrizione in chiave narcisistica della storia tra Anna e Mirko (nomi di fantasia), così come me l’ha raccontata la mia paziente Anna, durante le varie sedute affrontate insieme e in uno scritto che mi portò all’inizio della psicoterapia, perché voleva che sapessi esattamente ciò che aveva viussuto con Mirko e quanto avesse sofferto.

Ma cos’è esattamente la Ritrascrizione terapeutica in chiave narcisistica (RTCM)?

La ritrascrizione terapeutica è una tecnica che uso spesso in terapia. Consiste nel riscrivere la storia d’amore con il narcisista come se a narrarla fosse lucidamente lui stesso, finalmente consapevole delle azioni che compie e dei motivi per cui le compie.

È una sorta di narrazione-confessione, è ciò che un narcisista non sarà mai capace di ammettere ma è anche il solo modo in cui, inconsapevolmente, può concepire le relazioni e starci dentro.

Perché te la propongo o la propongo alle mie pazienti? Perché in un baleno offre la prospettiva narcisistica della relazione, perché aiuta a capire la logica con cui opera e si rapporta una persona con questo disturbo di personalità, perché spiega il motivo di tanti suoi comportamenti che sembrano incomprensibili. Perché smonta l’illusione e sgretola quel residuo di romanticismo con il quale ti ostini ancora a condire i dettagli della vostra storia. Perché la verità, anche se talvolta fa male come un pugno allo stomaco, è necessaria per prendere consapevolezza di noi stesse e di quello che abbiamo vissuto, almeno noi che possiamo.

Anna è una donna bella e competente che quando incontra Mirko sta faticosamente uscendo da un periodo di grande dolore a causa della perdita della madre. Mirko è affascinante e sicuro di sè, bravo come pochi a fiutare il vuoto che sente Anna e a riemprirglielo di tutto ciò che le serve, salvo poi privarla di ogni cosa e renderla totalmente dipendente da lui. E’ così che si assicura la possibilità di rifornirsi narcisisticamente ogni volta che vuole, senza tener conto dei sentimenti di lei nè rendersi conto di quanto dolore riesce a provocare. L’amore di Anna per Mirko nasce dal bisogno di essere “riparata” della voragine d’amore lasciata dalla perdita della madre e quello di Mirko per Anna dal bisogno di sentirsi grande e potente, di essere eternamente confermato, adorato, amato incondizionatamente come non è mai stato. La storia durerà fino a che Anna “farà la brava” permettendogli di entrare ed uscire dalla relazione a suo piacimento, annullandosi. Quando la donna accetterà di rivolgere a se stessa quell’amore incondizionato che aveva convogliato solo su Mirko, allora inizierà il suo percorso di rinascita, e autorizzerà se stessa ad essere di nuovo felice.

Per comodità la narrazione è suddivisa nei tre capitoli classici in cui le storie con i narcisisti patologici si dipanano: idealizzazione o love bombing – scarto – abbandono. Potrai leggere le parole di Anna in nero (originali, con solo qualche licenza stilistica) e quelle di Mirko, ritrascritte da me durante il lavoro di terapia, in rosso.

È probabile che ti riconoscerai in molti di questi passaggi, ho scelto la storia di Anna perché somiglia molto alle storie di tante vittime di abuso narcisistico che ho incontrato in stanza di terapia.

IDEALIZZAZIONE – LOVE BOMBING

ANNA – Ci siamo conosciuti nel 2010. Se me lo avessero detto che i colpi di fulmine esistevano davvero non ci avrei creduto. L’amore per me era una cosa solenne: uno scambio reciproco di doni. Dove per doni intendo “cure”, “attenzioni”, “presenza”.

Ero bella quel giorno, mi ero messa in ghingheri anche se mi sentivo profondamente triste, forse lo avevo fatto proprio nel tentativo di sentirmi meglio. Avevo comprato scarpe rosse con tacco medio, avevano l’aria un po’ retrò. Lo avevo fatto perché uscivo da un periodo nero, o credevo di starne uscendo, e volevo qualcosa di forte, vistoso e pieno di personalità, come solo un paio di scarpe rosse possono evocare. Quel pomeriggio le indossai per una riunione plenaria in azienda. Il mio capo aveva gemellato il mio ufficio con quello di una analoga azienda di una vicina città e aveva lanciato un progetto di vendita che i due uffici dovevano portare avanti insieme. In quella stanza troppo grande e fredda circa trenta persone si stringevano intorno a me e il sorriso di lui riscaldava l’ambiente e lo rendeva familiare. Non lo avevo mai visto prima: si chiamava Mirko. Appresi quel giorno che avremmo lavorato fianco a fianco un giorno a settimana, il giovedì, per tutto l’anno che stava per entrare.

MIRKO – Ci siamo conosciuti nel 2010. Non fu un colpo di fulmine, a quelli non credo. L’amore per me è una cosa meccanica: rifornimento narcisistico. Dove per “rifornimento” intendo “sensazione di onnipotenza”, “grandiosità”, “conferme”. Lei era molto bella quel giorno. A dire il vero lo era sempre e questo è uno dei motivi per cui l’ho scelta: stare con una donna palesemente bella mi conferma l’idea che ho di me di essere grande, capace di conquistare qualunque donna. Aveva delle sensualissime scarpe rosse: pensai che avesse il bisogno di sentirsi forte e autoaffermarsi, di essere vista, altrimenti perché indossare un capo così appariscente per una riunione plenaria in azienda? Il mio capo aveva gemellato il mio ufficio con quello di una analoga azienda di una vicina città e aveva lanciato un progetto di vendita che i due uffici dovevano portare avanti insieme. In quella stanza troppo grande e fredda circa trenta persone si stringevano intorno a me e la visione delle sue scarpe mi impediva di concentrarmi su tutto il resto. Non l’avevo mai vista prima: si chiamava Anna. Appresi quel giorno che avremmo lavorato fianco a fianco un giorno a settimana, il giovedì, per tutto l’anno che stava per entrare.

ANNA – Tornai a casa e chiamai Ludovica. Ci conoscevamo da quando eravamo bambine, avevamo fatto il liceo insieme e poi ci eravamo trasferite fuori da questo buco di città per studiare all’università. Avevamo scelto facoltà diverse: chimica io, lettere antiche lei. Quando lei rispose “pronto”, io sentenziai semplicemente “mi sono innamorata”, saltando i saluti di rito. Mi piaceva raccontare a lui dell’effetto che mi fece quel primo giorno, glielo raccontai tante e tante volte nei mesi a venire e sempre con lo stesso entusiasmo. Dissi a Ludovica che lui era bello, con quei capelli un po’ arruffati che gli incorniciavano un viso gentile, dagli occhi di uno strano color piombo che si accendevano al sole di riflessi verde bosco. Le dissi che aveva un sorriso che riscaldava le cose intorno, che lo usava bene perché lo sciorinava per sintonizzarsi con tutti. E tutti lo salutavano e lo trattavano con affetto, come se fossero certi che lui ne avesse una enorme riserva che non avrebbe escluso nessuno. Pensai che avrebbe potuto darne un po’ anche a me, del resto ne avevo un gran bisogno: avevo da poco seppellito mia madre. Se n’era andata dopo una malattia ingiusta che aveva mandato lei in paradiso e me nell’inferno del dolore della perdita.

MIRKO – Quando tornò a casa – questo me lo raccontò lei tante e tante volte perché sapeva che mi piaceva sentire il racconto dell’effetto che faccio sulle persone – chiamò la sua amica Ludovica e senza nemmeno salutarla le disse che si era innamorata di me. So che il mio aspetto mi aiuta a non passare inosservato: negli anni ho imparato ad affinare i miei strumenti di conquista! Sorridere molto, per esempio, aiuta le persone a sentirsi accolte e rassicurate e fa passare il messaggio che se voglio posso essere molto affettuoso! Nel caso di Anna questo funzionò particolarmente, avevo fiutato in lei un velo di tristezza. Quella donna sembrava aver bisogno di qualcuno che le infondesse forza e le desse attenzioni: seppi solo dopo che aveva perduto la madre qualche mese prima a causa di una malattia. Era fragile: quale migliore occasione – mi dissi –  per sentirmi indispensabile, unico e adorato?

ANNA – La storia cominciò in un modo che pensai essere il più naturale possibile. Passeggiate, piccoli regali, cenette in locali scelti con cura o nel giardino d’inverno di casa sua. Messaggio del buongiorno e messaggio della buonanotte, telefonate per sapere se fossi arrivata a lavoro, se il raffreddore che avevo preso era passato, se avevo ancora il mal di testa che mi aveva oppressa per tutta la mattina. Mi affidai a lui come una bambina che volesse essere guidata in un mondo che le sembrava essersi svuotato improvvisamente. Fu lui a riempirlo: era divertente, pieno di vita. Quando passarono quattro mesi dal nostro primo bacio comprò due biglietti per Budapest. Arrivammo di sera. Davanti le luci calde e tremanti di Buda riflesse sul Danubio mi disse che mi amava. Disse anche che per lui era un sentimento nuovo. Mi convinsi che volesse lusingarmi, del resto – un uomo di 40 anni bello e brillante come lui, che aveva avuto diverse donne – non poteva aver scelto me per innamorarsi la prima volta. Pensai che fosse incredibilmente romantico dirsi ti amo in quello scenario da favola e così risposi che l’amavo anche io. Era tutto perfetto e stava accadendo a me. Ero felice.

MIRKO – Feci in modo che la storia cominciasse nel modo più naturale possibile quindi mi comportai come so che ci si dovrebbe comportare in una storia d’amore: passeggiate, piccoli regali, cenette in locali scelti con cura o nel giardino d’inverno di casa mia, sempre molto d’effetto! Messaggio del buongiorno e messaggio della buonanotte, telefonate in cui gli facevo sentire la mia presenza. Sapevo che quando gliele avrei tolte l’avrei gettata nello sconforto e stavo lavorando bene per crearle una dipendenza che mi avrebbe aiutato in seguito a tenerla a lungo tra le mie fonti di rifornimento narcisistico. Ho bisogno di averne il più possibile perché mi assicurano la sopravvivenza psichica. Avevo chiaro che Anna si stava affidando a me come una bambina e io feci quello che sentì potesse legarla di più a me: riempì quel vuoto che intravedevo in lei, cercai di mostrarmi divertente e pieno di vita, così non sarebbe più riuscita a fare a meno di me. Per festeggiare il nostro quarto “mesiversario” decisi di stupirla e farla capitolare definitivamente: presi due biglietti per Budapest e le dissi che l’amavo davanti alle luci calde e tremanti dell’antica Buda riflesse sul Danubio. Romanticissimo. Aggiunsi persino che per me era un sentimento nuovo: so quanto alle donne piaccia avere l’esclusiva! Capì di averla resa felice.

SCARTO

ANNA – A rientro dai 5 giorni da favola trascorsi in Ungheria mi sembrò che fosse di cattivo umore. Il suo corpo teso sul sedile dell’aereo era un fascio di nervi. Era stranamente silenzioso. Quando fummo atterrati decretò che sarebbe andato a casa sua a dormire: era stanco, voleva il suo letto. Non mi chiese di dormire con lui e non ci fu nessuna buonanotte via sms. Pensai di aver fatto qualcosa di sbagliato. Quella notte mi arrovellai perdendo il sonno. La mattina seguente fui io a mandargli il buongiorno, ebbi paura, non so perché, che lui non lo avrebbe fatto. Rispose con un secco “anche a te”. Poi nessun contatto fino alla sera. Quando fui fuori dall’ufficio provai a chiamare. La sua voce era calda e accogliente come sempre, ne conclusi che ero stata una stupida a preoccuparmi tanto di quella improvvisa chiusura al rientro di un così bel viaggio. Passammo la sera insieme, a casa mia. Facemmo l’amore e fu bello ed intenso, più del solito perché mi sembrò quasi un ricongiungimento. Quando io presi sonno lui si alzò, si diresse in bagno, si vestì sornione e sgattaiolò fuori dall’appartamento come un ladro. Quando, nel cuore della notte, mi svegliai e mi accorsi della sua assenza lui dormiva già nel suo letto, a 10 km da me. Mi prese un’angoscia che non riuscii a contenere. Cercai un biglietto, un messaggio, una spiegazione: non era mai andato via nel cuore della notte e mi aveva sempre detto che amava svegliarsi con me. Singhiozzai così tanto da finire per vomitare. Mi obbligai a non telefonargli a non mandargli messaggi: era lui che avrebbe dovuto darmi una spiegazione. Passarono due giorni. Il telefono non squillò mai.

MIRKO – Finalmente potevo rilassarmi e mettere fine al love bombing. Lo feci già al rientro dall’Ungheria. Sentivo di averla conquistata e la sua compagnia iniziava ad essere scontata e quindi ad annoiarmi.  Optai per il silenzio, sapevo che l’avrebbe allarmata. Volevo mettere un po’ di pepe in quella relazione, lo ammetto. Poi, siccome ero stanco, decisi di dormire a casa mia e mi guardai bene dal darle spiegazioni o indorare la pillola con un messaggio della buonanotte. Avevo bisogno di sentire la sua paura di perdermi perché anche quella, per me, è rifornimento narcisistico. L’indomani mattina, infatti, ecco puntuale il suo buongiorno. Tirai la corda fino a sera poi, quando mi chiamò, fui caldo e accogliente come sempre, sapevo che questo l’avrebbe fatta dubitare delle sue percezioni e che l’avrebbe fatta sentire stupida ad essersi preoccupata per nulla. Facemmo l’amore: questo l’avrebbe legata a me ancora di più. Aspettai che lei piombasse in un sonno pesante e ristoratore e me ne andai via senza darle nessuna spiegazione: era una cosa che non avevo mai fatto prima, anzi le avevo sempre detto che amavo svegliarmi con lei. Non era una vera bugia: mi piaceva svegliarmi con lei perché vedevo la devozione nei suoi occhi, la gratitudine per avermi nella sua vita. Ora però avevo bisogno di altro rifornimento, avevo bisogno di vedere nei suoi occhi la paura di perdermi, l’angoscia di ripiombare nella vita di prima, la vita in cui io non c’ero e tutto era triste e vuoto e lei era sola. Credo che quella notte esagerai davvero perché per due giorni non mi chiamò né mi mandò un messaggio. Ne approfittai per fare altro e guardarmi intorno, non potevo rimanere senza attenzioni, senza conferme, e quella era una buona occasione e per fare qualche giro di ricognizione.

ANNA – Arrivò giovedì, il giorno in cui il mio ufficio e il suo ufficio lavoravano al nuovo progetto. Insieme al giovedì giunse il suo messaggio di buongiorno e un invito a far colazione insieme, prima di cominciare a lavorare. Accettai perchè il bisogno di vederlo, parlargli e accarezzarlo era più forte di tutto l’orgoglio che riuscivo a mettere insieme. Davanti a un cornetto fumante e a un caffè macchiato si scusò per quella improvvisa sparizione: non avevo fatto nulla di male, anzi io ero perfetta. Era lui che, da sempre, davanti a tanto amore e alla possibilità di essere felice sentiva il bisogno di allontanarsi. Mi disse che la paura di perdere quanto di bello stava avendo con me era troppa, tutte le cose belle che aveva le aveva sempre perse.  Non sapevo ancora tante cose di lui, mi giurò che me le avrebbe spiegate. Mi chiese di perdonarlo e mi domandò se potevo essere paziente con lui: voleva stare con me perché mi amava ma aveva delle cose, nel suo cuore, da sistemare una volta per tutte.

MIRKO – Arrivò giovedì, il giorno in cui il mio ufficio e il suo ufficio lavoravano al nuovo progetto. Giacché ci saremmo visti tanto valeva assicurarsi buone vibrazioni (rifornimento narcisistico di buona qualità) quindi la invitai ad una colazione riconciliatrice e, per scusarmi, decisi di giocarmi la carta della vulnerabilità: le dissi che avevo paura di perdere le cose belle che mi capitavano e che per evitare che succedesse ero io che spesso mi allontanavo preventivamente. Accennai a delle cose che di me non sapeva e promisi che gliele avrei raccontate, così mi assicurai di tenere accesi su di me i riflettori. Chiesi perdono e pazienza e ovviamente me le accordò.

ANNA – Mi sentii sollevata ma durò poco. Una settimana per l’esattezza, una settimana di vero idillio. Poi un giorno lo chiamai e lui era in Francia. Disse che era via per un improvviso viaggio di lavoro, che non aveva avuto il tempo di avvertirmi e che non sapeva quando sarebbe tornato. All’inizio mi arrabbiai, poi sentii solo un senso di vuoto opprimermi il petto quasi fino a togliermi il respiro. Quando atterrò in Sicilia, dopo 7 giorni, si scaraventò direttamente sotto casa mia con un pacchetto regalo in mano, suonò il campanello e il suo sorriso cancellò i giorni di attesa in cui l’avevo sentito giusto un paio di volte, sempre in maniera sbrigativa e senza mai tenerezze. Rimase a dormire da me quella notte e quella dopo ancora e così per circa due mesi. Sembrava essere tornato l’uomo che avevo conosciuto.  Ero di nuovo felice.

MIRKO – Dato che Anna sembrava sentirsi sollevata pensai che era arrivato il momento di farmi un po’ gli affari miei, così presi un aereo per la Francia senza dire niente a nessuno e mi giustificai con la scusa del lavoro. Nei giorni parigini fui vago e al telefono mi negai molte volte. Sapevo che l’avrei ferita, ma non mi importava: avevo altro da fare ed ero certo che avrei recuperato il rapporto con lei, con il vantaggio di averla resa ancora più dipendente da me. Quando atterrai in Sicilia mi diressi dritto a casa di lei. In aeroporto avevo preso un paio di orecchini piccoli e lucenti, come quelli che le piacciono tanto: li sfoderai insieme al mio miglior sorriso. Funzionarono.

ANNA – Dopo circa due mesi tornò ad essere spesso di cattivo umore. Mi diceva di sentire forte il desiderio di stare da solo, così iniziò a cancellare anche all’ultimo momento impegni già presi insieme. Anzi sembrava che non sapesse che comportarsi così e pareva tormentarsi per questo. Non si presentò alla mia festa di compleanno. Mi sentii umiliata come mai nella mia vita, gli amici comuni chiedevano di lui: perché Mirko non c’era? Cosa gli impediva di brindare ai miei 38 anni? Inventai scuse su scuse per giustificare le sue assenze ai miei occhi e a quelli degli altri. Di giorno sorridevo e di notte piangevo, incapace di rimanere con lui così come di lasciarlo. Ogni volta che provavo a chiedere una spiegazione mi diceva che ero pesante. Una volta urlò sbattendo la porta che ero uguale a tutte le altre donne e vomitò una serie irripetibile di brutte parole. Poi però si presentava a casa mia all’improvviso e spesso nel cuore della notte, magari dopo una serata di baldoria e alcol con gli altri suoi amici più Peter Pan di lui, implorando il perdono. Poi ricominciava con le sue sparizioni, i messaggi senza risposta, i suoi viaggi improvvisi e ingiustificati. Andò avanti così troppo a lungo tanto che cominciai ad avere spaventosi attacchi di panico.

MIRKO – Cercai di tenere buona Anna per circa un mese, ma sentivo forte sia il bisogno di stare da solo sia quello di guardarmi intorno per essere confermato da altre persone, per guadagnarmi l’ammirazione di altre donne. Iniziai a cancellare gli impegni presi con lei all’ultimo minuto, consapevole che questo la mandava in bestia. Non mi presentai alla sua festa di compleanno. Anzi, del suo compleanno mi dimenticai del tutto, preso com’ero dai miei impegni. Anna chiese spiegazioni, non faceva che chiedermi il perché di questo o di quel comportamento, piangeva spesso, dormiva poco ed era sempre nervosa. Era diventata pesante come tutte le altre donne che avevo avuto. Glielo dissi durante una lite e me ne andai sbattendo la porta. Tuttavia non ero pronto a rinunciare al rifornimento narcisistico che mi dava, così tornavo da lei spesso, magari nel cuore della notte, quando mi capitava di alzare il gomito con i miei amici e di sentirmi insopportabilmente solo.

Lei mi accoglieva sempre. Io sparivo come sempre.

ANNA – Cercai di salvarlo da se stesso in ogni modo: fui paziente come mi aveva chiesto, materna come credevo che gli servisse, comprensiva fino a mettere a tacere tutti i miei bisogni, i miei desideri. C’era solo lui, i suoi problemi e i miei tentativi di risolverglieli e di insegnargli ad amare senza dover per forza sempre mettere in scena dolorosi abbandoni. Nel giro di meno di un anno non vedevo più nessuna delle mie amiche, avevo praticamente smesso di allenarmi perché non trovavo la forza di faticare in sala pesi: tutte le mie energie convogliavano su di lui, io non esistevo più… almeno non come mi ricordavo di me. L’insonnia notturna affaticava le giornate e l’ansia le opprimeva. Avevo paura di parlargli: qualsiasi parola poteva essere sbagliata, poteva ferirlo, farlo arrabbiare ed infine, quello che mi atterriva di più, allontanarlo da me. La persona di cui ogni giorno vedevo l’immagine riflessa allo specchio mi sembrava ormai di non conoscerla: ero io? Dimagrita di sette chili, pallida, incupita, con gli occhi troppo spesso lucidi, senza determinazione, senza forze, senza sorriso. Sì, ero io. Una fallita.

MIRKO – Credo che Anna volesse salvarmi in ogni modo, fu paziente e comprensiva come nemmeno una madre a volte sa essere! Voleva insegnarmi ad amare, ma io non avevo alcuna intenzione di imparare! E non volevo essere salvato! Nel giro di nemmeno un anno la donna che avevo conosciuto non c’era più: era completamente isolata da tutti, non usciva, non frequentava la palestra, era dimagrita, era pallida e incupita, piangeva sempre, non sorrideva mai. Disse che aveva anche degli attacchi di panico, probabilmente perchè voleva che mi sentissi in colpa, ma per cosa poi? Sicuramente dormiva poco perché quelle occhiaie nere la imbruttivano molto. Era una vera fallita e stare con lei mi era ormai insopportabile: nel suo fallimento vedevo il mio. Non era più in grado di rimandarmi di me l’immagine grandiosa di cui mi ero “innamorato”. Dovevo lasciarla. O almeno dovevo allontanarmi da lei.

ABBANDONO

ANNA – Mi lasciò i primi di novembre: stavamo insieme da due anni e 11 mesi. Da uomo perfetto, nel giro di poco, si era trasformato mille volte in una persona fredda, scostante, imprevedibile. In una parola: assente, almeno dal punto di vista affettivo. Si scusava continuamente, si giustificava dicendo che i suoi comportamenti trovavano origine e spiegazione nel fatto che aveva vissuto un’infanzia difficile, con un padre alcolista e una madre sempre depressa, maltrattata da quel marito padrone che non aveva amore per niente e nessuno.

MIRKO – La lasciai i primi di novembre, non mi ricordo nemmeno da quanto tempo stavamo insieme. Non sapevo più come giustificare i miei comportamenti: le raccontai perfino dei genitori che non ho mai avuto perché uno amava solo l’alcol e l’altra amava solo il marito alcolista e nessuno dei due aveva né tempo né amore per me. Pensai che la tenerezza che provava nel sentire della mia tragica infanzia l’avrebbe tenuta legata a me per il tempo che mi serviva a cercare altro rifornimento narcisistico, altra ammirazione, altre persone che mi rispecchiassero grande, forte e capace, come lei non riusciva più a fare. Le avevo mostrato una parte di me che non tolleravo di avere e ogni volta che la guardavo negli occhi vedevo riflessa quella mia parte vulnerabile e mi sentivo nudo, fragile, debole, smascherato.

ANNA – Cercai un buon terapeuta e gli diedi il numero. Era l’ultimo gesto d’amore che facevo per lui. Tentò di convincermi ad andarci insieme, ma non gli dissi di sì e cercai di prendere tempo. Mi promise in lacrime che lo avrebbe chiamato. Provò a farlo davanti a me ma era sabato mattina e al telefono il terapeuta non rispose. Nei giorni seguenti bloccai ogni canale di comunicazione, lessi moltissimo sul narcisismo e la dipendenza affettiva, capii molte cose ma non il modo come dovevo uscirne. Pensai che fosse giunto il momento della terapia anche per me. Scrissi parte della storia che state leggendo, la mia storia di dipendenza affettiva, che allora chiamavo ancora “amore”, con l’intenzione di non dimenticarla mai perché ero ferma nell’idea di non ricaderci più. La portai alla mia terapeuta: volevo che sapesse subito quanto avevo sofferto. Lei la ritrascrisse nel modo in cui l’avrebbe raccontata lui, se solo avesse avuto le capacità di farlo. Io la tengo sempre nel portafoglio, come una reliquia: ogni tanto, quando mi vien voglia di risentirlo, me la rileggo e ogni volta scelgo me.

MIRKO – Mi diede il numero di un terapeuta. Le promisi che l’avrei chiamato e anzi, per convincerla a non abbandonarmi provai a chiamarlo davanti a lei. Piansi. Tentai di convincerla a venirci con me, magari sarei riuscito a convincere il terapeuta a farla desistere dall’idea di lasciarmi. Anna però fu irremovibile. Bloccò, nei giorni a venire, tutti i canali di comunicazione con me. Non so nulla di ciò che fece per dimenticarmi o se ci sia davvero riuscita, so solo che non ebbi più notizie di lei, nonostante rimasi certo, per molti mesi, che sarei riuscito a farla capitolare di nuovo.

ANNA – Tre mesi dopo, a febbraio, lui venne a casa mia mentre io ero a lavoro. Lasciò una lettera strappalacrime sotto la porta: mi chiedeva perdono, assicurava di essere cambiato grazie ai tre mesi di terapia che giurava di avere effettuato. Mi ringraziava per avergli fornito il numero della persona che gli aveva aperto gli occhi e fatto vedere con chiarezza e lucidità ciò che stava perdendo. Implorava una seconda possibilità. Scrisse proprio “seconda” mentre io di possibilità gliene avevo date decine! Capì che non si rendeva davvero conto di quanto male mi avesse fatto.

Per la prima volta mi venne da ridere. Mi sembrò davvero patetico.

MIRKO – Tre mesi dopo decisi di fare un ultimo tentativo: andai a casa sua mentre lei era a lavoro e lasciai una bellissima e commovente lettera sotto la sua porta. Le chiedevo perdono e mi giocavo, in maniera strumentale e manipolativa come solo io so fare, l’arma della terapia. Le scrissi che tre mesi di sedute mi avevano cambiato e soprattutto mi avevano reso consapevole dell’amore che provavo per lei e di quanto stavo rischiando perdendola per sempre. Fui molto convincente, pensai che sicuramente mi avrebbe dato la seconda possibilità che le stavo chiedendo.

ANNA – Non cedetti.

Una settimana dopo incontrai un suo amico, Sergio. Fu lui a raccontarmi della “nuova” fiamma di Mirko, una ragazza olandese che viveva in Francia ed era 10 anni più giovane di me. In un microsecondo mi fu chiaro il motivo di tutti quei viaggi improvvisi: la “nuova” fiamma non era affatto “nuova”, c’era sempre stata. Fu sempre il suo amico a dirmi che non aveva fatto una sola seduta di terapia. Glielo aveva raccontato pavoneggiandosi davanti a un bicchiere di birra, aggiungendo che sapeva bene come doveva riconquistarmi senza buttare via soldi in inutili psicoterapie fatte da ciarlatani che non capivano niente. Io invece in quei tre mesi di terapia avevo capito un sacco di cose: la più importante è che l’amore eterno esiste. E si chiama amor proprio.

MIRKO – Anna non cedette.

La colpa fu probabilmente di quell’infimo del mio “amico” Sergio che la incontrò e le raccontò della mia giovane amante olandese che viveva in Francia, quella da cui scappavo ogni volta che Anna diventava scontata o pensante o tutt’e due. Le disse anche che non ero andato in terapia: mi pentii moltissimo di aver confidato a quello che credevo un amico le mie “tecniche” per riconquistare una donna. Dovetti rinunciare a entrambi e ricominciare a cercare conferme, ammirazione e gratificazione altrove.

Ovviamente negli ultimi mesi mi ero dato un gran daffare per non rimanere del tutto scoperto.

Grazie ad Anna per avermi raccontato la sua storia e per avermela donata affinché oggi io potessi condividerla con tutte quelle donne che hanno deciso, come lei, di scegliere se stesse.

Dott.ssa Silvia Pittera, Psicologa – Psicoterapeuta.

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